Intervista /// Ruggero Deodato

Correva l’anno 1993 quando, Ruggero Deodato, regista di titoli fortissimi come “Cannibal Holoucast”, “Uomini si nasce, poliziotti si muore” e “Avere vent’anni”, lasciava il grande schermo per dedicarsi a dirigere molte fiction come “I ragazzi del muretto” ma anche “Don Matteo”. L’occasione per tornare dietro la macchina da presa, per un lungometraggio tutto suo, si è trasformata nella messa in scena di una storia chiaramente ispirata al delitto di Meredith Kercher. Una pellicola che non fa sconti, aprendosi ad un finale a sorpresa. Noi lo abbiamo incontrato in occasione del Lucca Film Festival dove il film, “Ballad in Blood”, è stato presentato in anteprima mondiale.

Ci parla della produzione di “Ballad in Blood”?

Ballad in Blood” sicuramente è un film fortunato perché c’ho messo tanto tempo a farlo e questo ha giovato molto alla sceneggiatura. Il continuo rimando del film, il continuo cambio di location perché la Film Commission locale non funzionava, o non era nel momento giusto, mi ha portato ad Orvieto però con il problema che mancavano soldi per avviare una produzione. Allora abbiamo provato la strada del finanziamento statale ma ci voleva un punteggio, avrei dovuto avere nel mio carniere un David di Donatello, o un Globo, qualsiasi cosa. Quando sono arrivato in commissione mi fanno “Ma lei Deodato non ha punteggio” e io “Ma come, ho fatto 40 film, con i più grandi registi, ho fatto mille 1500 spot pubblicitari, ho fatto 16 fiction, ho fatto documentari, e non ho punteggio?”. Una della commissione si alza e fa “Si, ha ricevuto un premio a Londra ma quello non vale” al che io ho ringraziato e me ne sono andato. Fuori dalla commissione il produttore mi ha inseguito dicendomi: “Ma perché li hai trattati così?” e io: “Ma che dovevo fare? Gli ho detto quello che avevo fatto, gli era anche piaciuta la sceneggiatura…”. Passata una settimana mi contatta nuovamente il produttore dicendomi: “Ti hanno accettato per un nuovo incontro, ma serve che tu abbia un premio” e io “Ma come faccio? In una settimana prendo un David di Donatello? Un Globo D’Oro?”. Allora abbiamo preso un attore che avesse vinto un David di Donatello e ho scritto un ruolo per lui. Questo ha giovato al film, sia perché mi sono preso un attore, Ernesto Mahieux, che aveva vinto il premio per il suo ruolo ne “L’imbalsamatore” di Matteo Garrone, sia perché attraverso il suo ruolo sono riuscito a portare la storia fuori dalle mura di un appartamento (dove è confinata per la maggior parte della sua durata ndr) e questo ha rappresentato un miglioramento. In più ho preso anche uno sceneggiatore, ripescandolo da quelli che avevano preso un David, così ho fatto, 20 e 20, 40, e così ho preso 40 punti anziché i 30. Quindi il fatto dei tre anni ha giovato molto. Poi salta fuori Orvieto e vengo mandato a Tivoli. Fortuna vuole che lì trovo un appartamento ben fatto e quindi dico: “Se mi fate girare anche tre giorni a Orvieto, io sistemo questo appartamento per le riprese e ci siamo”.

Al netto di questa carenza di memoria storica, anche nei suoi confronti, di una certa burocrazia, come lo ha ritrovato questo cinema italiano?

Bene, perché si è ritrovato nella commedia. Trovo che gli anni ’90 sono stati deleteri anche per la commedia, invece adesso la commedia italiana funziona, c’è Paolo Genovese, Luca Miniero, ci sono tanti che funzionano. In più non c’è più il solito giro di attori e c’è stato anche sotto questo punto di vista un cambiamento. Si sono allargate le voci, come antagonisti, quindi è vitale. Il genere invece non c’è, perché il genere lo fa solo il seriale, Sky, e lo fa bene con Stefano Sollima, che è veramente bravo anche quando si è confrontato con il cinema come con “Suburra”. Poi ho visto “Non essere cattivo” di Claudio Caligari ho pensato “Cazzo che grande regista”. C’è una cosa che mi fa arrabbiare però, quando cioè si parla di un film un “ben girato”. Un film deve essere “ben scritto”, che significa “ben girato?”

Si spieghi meglio

All’uscita dal cinema, dal film di Caligari, un mio fan mi ha avvicinato e mi fa “Ha visto come è ben girato questo film?”. Ma non significa niente e la cosa mi fa incazzare. Purtroppo soprattuto i giovani italiani pensano ad usare il drone, la gru, ma senza che ci sia un motivo, a differenza di quanto fanno gli americani. Io stesso, con la macchina, spazio perché c’è qualcosa da mostrare, non vado sul nulla.

E questo concentrarsi sulla tecnica non rischia di togliere quella carica eversiva di cui invece erano pieni i film degli anni ’70 e ’80?

Assolutamente si. Sopratutto i giovani pensano che l’affitto di attrezzatura tecnica sofisticata possa sopperire una mancanza di sceneggiatura, una mancanza di attori bravi. Non capiscono che gli inglesi mettono la macchina ferma e recitano. Detto questo ho potuto contare su uno staff tecnico perfetto che ha lavorato molto bene, soprattuto per quanto riguarda la presa diretta, ed era entusiasta di farlo con me, Deodato, l’artigiano. Mi hanno seguito in una maniera esemplare che mi veniva da piangere. Uno staff animato da un entusiasmo che non trovo in chi lavora nelle fiction, sembrano degli zombie che pensano solo alla prossima produzione che dura sei mesi e che gli permette di farsi il mutuo. Prima, finito un film, si diceva: “Io vado a fare un film di Fellini” o “Io vado a fare un film di Visconti” o “Io vado a fare un film di Steno”. Adesso no.

Sulle musiche come ha lavorato?

Stavolta non avevo i soliti collaboratori, sia perché Ritz Ortolani è morto, sia perché Pino Donaggio era impegnato. Ma c’era Claudio Simonetti a cui non era semplice spiegare quello che aveva in mente, l’ho in qualche modo adatto alle sue esigenze e ne è uscito un thriller-passionale e una musica bellissima che si adatta perfettamente al film.

A questo punto, dato il suo ritorno sul grande schermo con un lungometraggio, non posso che chiederle dei progetti per il futuro?

Mi hanno fatto subito un’offerta, ma mi soddisfa solo il titolo che mi fa ritornare ai tempi d’oro. Mi ci metterò a lavorare a partire dal 9 Aprile. A fine mese invece arriveranno dei tedeschi per parlare di un progetto che già mi hanno mandato. La storia non mi era piaciuta e io gliene ho mandata un’altra, gli è piaciuta e vengono a discuterne. C’è un tam tam intorno a questo film che piace molto.

| di Stefano Cavalli